PARTE 2: Gli restituii i documenti. "Goditi la tua fortuna, Kevin."
Si appoggiò allo schienale, alzando il calice di champagne con aria soddisfatta.
Fu allora che squillò il mio telefono.
Il nome sullo schermo mi fece gelare il sangue: l'avvocato di Charles Whitman.
Anche Kevin lo vide. La sua postura cambiò all'istante: si raddrizzò, tornò fiducioso, quasi compiaciuto.
"Metti in vivavoce", disse.
Non so perché lo feci. Forse ero troppo intorpidita. Forse qualcosa dentro di me sapeva già che la storia non era finita.
"Signorina Hayes?" disse la voce dall'altra parte del telefono. Calma. Professionale. "Sono Robert Collins, avvocato della successione di Charles Whitman. Chiamo in un momento inopportuno?"
Kevin intervenne. "Sono Kevin Brooks, suo nipote. Immagino che chiami per il trasferimento dell'eredità."
Ci fu una pausa.
«In realtà», disse l'avvocato con cautela, «stavo cercando di contattare sua moglie».
Strinsi la presa sul telefono. Kevin aggrottò la fronte.
«Ci dev'essere un errore», disse.
«Non c'è», rispose il signor Collins. «Signora Hayes, suo prozio Charles, ormai defunto, l'ha nominata beneficiaria principale della sua eredità sei anni fa. Abbiamo cercato di confermare i suoi dati».
Mi sembrò che il pavimento si inclinasse.
«Mio prozio... Charles?»
Kevin rise, una risata acuta e incredula. «È impossibile. Era mio zio».
Dall'altro capo del telefono si udì un leggero fruscio di carte.
«Sì», disse l'avvocato, «e per via del matrimonio, lo conosceva in quel modo. Ma per legame di sangue, era imparentato con la famiglia materna della signora Hayes. L'eredità è stata lasciata direttamente a lei».
Nella stanza calò un silenzio assoluto.
L'espressione di Kevin cambiò: confusione, irritazione, poi qualcosa di simile al panico.
«Non ha senso», disse. «Mi ha detto che ero l'unica a capirlo».
«I sentimenti personali non determinano le decisioni legali», replicò il signor Collins.
Mi appoggiai al tavolo, improvvisamente stordita. «Non lo vedo da anni», dissi.
«Gli ha scritto una volta», disse l'avvocato. «Dopo il vostro matrimonio. Ha conservato la sua lettera».
Un ricordo affiorò alla mente: un uomo anziano vicino a uno stagno, che dava da mangiare ai pesci mentre io, da bambina, sedevo lì vicino.
La voce di Kevin mi interruppe, tesa. «Allora, a quanto ammonta il patrimonio?».
«Non discuteremo con lei delle questioni finanziarie della signora Hayes», disse il signor Collins con fermezza.
«Sono suo marito», scattò Kevin.
Guardai i documenti di separazione firmati tra noi.
«No», dissi, con voce ferma. «Non lo è».
Kevin si voltò verso di me così velocemente che mi spaventò.